Ho brevettato un software alla SIAE come opera inedita al 50% con un amico. Adesso un’altra persona vorrebbe comprare la mia quota, ma il mio amico dice che per farlo dobbiamo prima costituire una società e vendere le quote. È vero o posso già farlo adesso?

Con la registrazione alla SIAE di un’opera inedita non si effettua il deposito di una domanda di brevetto, ma semplicemente ci si limita ad effettuare il deposito di un’opera, che è protetta già di per sè in virtù della legge sul diritto d’autore, al fine di ottenere una data certa che attesti la creazione dell’opera da parte di determinati autori in un certo momento storico. Pertanto, nel caso di specie non è corretto parlare di titolarità al cinquanta per cento di un diritto di brevetto, perché siamo in presenza di due coautori di quanto realizzato. Premesso questo occorre aggiungere che sul software realizzato sussistono in capo agli autori due tipi di diritti: un diritto di sfruttamento economico del trovato ed un diritto morale ad esserne riconosciuto autore. Il primo diritto è alienabile e può essere ceduto a chiunque, il secondo resta per sempre in capo all’autore e quindi anche se altri acquistano l’opera creata devono sempre indicare come autore della stessa colui che l’ha messa a punto. In ogni caso, il coautore può cedere a terzi la propria quota di “proprietà” sul software senza che occorra costituire alcuna società o sviluppare ulteriormente il progetto, a condizione che quanto sia comunque un’opera compiuta e tutelabile dalla legge sul diritto d’autore. Se così è, il problema si risolve semplicemente stipulando un contratto privato con la persona interessata all’acquisto, nel quale deve essere chiarito nei dettaglio ciò che viene venduto, in modo che la controparte sappia perfettamente che cosa acquista e non possa lamentarsi in futuro o chiedere il rimborso di quanto versato perché l’oggetto del contratto non corrisponde a quanto promesso. Trattandosi di un’opera inedita, il deposito alla SIAE continuerà ad essere intestato come attualmente è, ma, di fatto, i diritti economici sul progetto vengono ceduti e l’originario titolare non potrà più pretendere niente nel caso in cui il software abbia poi un successo commerciale. Sarebbe comunque consigliabile, dato che nel caso di specie gli autori sono due, ottenere una rinuncia per iscritto da parte dell’altro coautore all’acquisto della sua quota, in modo che tutta l’operazione risulti nitida ed esente da rischi.

Come posso proteggere un gioco da fare in discoteca con l’ausilio di un software?

Questo tipo di idee sono piuttosto difficili da proteggere in quanto non si concretizzano in un’opera materiale ma nell’idea di ottenere un certo risultato ludico. Pur non essendo espressamente previsti nell’ambito della legge sul diritto di autore, i giochi vengono normalmente depositati presso la SIAE al pari delle opere letterarie, dei dischi, dei disegni per ottenerne la paternità. Anche le trasmissioni televisive vengono protette proprio in virtù di detta legge: in realtà, quando si vuole proteggere un programma, si prepara il “format” che solitamente è una descrizione dettagliata dello svolgimento del programma stesso e lo si deposita alla SIAE da solo o unitamente alla registrazione in videocassetta del numero zero (ovvero del numero di prova) della trasmissione. Nel caso di un gioco di società da svolgere all’interno delle discoteche, ma che potrebbe essere tranquillamente utilizzato anche all’interno di trasmissioni televisive, si dovrebbe seguire la stessa procedura. In più potrebbe essere consigliabile depositare presso il Registro Pubblico del Software il programma al computer, ideato ed utilizzato per fare il gioco, in quanto potrebbe essere un elemento di grande novità dal punto di vista commerciale. Per rafforzare ulteriormente la propria posizione è consigliabile, inoltre, diffondere questo gioco con un nome e registrarne il marchio in modo che cominci ad essere conosciuto con quell’appellativo e tutti coloro che tenteranno di utilizzarlo successivamente dovranno chiamarlo in modo diverso dando immediatamente nel pubblico l’impressione della non originalità.

Ho aperto da poco una piccola azienda ed utilizziamo tre computer per il nostro lavoro. Un amico mi ha detto che se utilizzo programmi “open source” non devo pagare i diritti a nessuno e sono in regola con la legge d’autore. È vero e se si, dove posso trovare questi programmi?

La questione dell’open source è un po’ più complessa di come è stata descritta anche se un fondo di verità esiste in queste affermazioni. Con il termine “open source” si indicano quei programmi che vengono distribuiti con il codice “aperto” ovvero con il codice sorgente che può essere letto ed eventualmente migliorato da chiunque. Un programma di questo tipo normalmente viene distribuito gratuitamente, ma non è detto che sia per forza così: ci possono essere, infatti, programmi aperti che vengono poi distribuiti a pagamento. Uno degli esempi più classici di programmi “open source” gratuito è Linux che si può installare senza spendere niente oppure Red Hat, che può essere acquistato in CD ROM, ma a prezzi decisamente molto più bassi rispetto ad altri programmi, come Windows. Pertanto è vero che si può scegliere di utilizzare programmi gratuiti di tipo open source e risparmiare sui costi elevati delle licenze di Microsoft ed è anche vero che questi prodotti iniziano ad essere reperibili con una certa facilità sia su internet sia nei negozi che vendono pacchetti, come Red Hat, a prezzi bassissimi, tuttavia chi opta per una tale soluzione deve tenere conto di due fattori importanti: primo, che non tutti i programmi operativi, come Word, possono funzionare su Linux; secondo, che poche persone sanno utilizzarli. Purtroppo, ad oggi, si stima che il risparmio di spesa che si ha con questo tipo di programmi comporta un aumento di spesa nel personale che deve essere istruito su come utilizzarli. A ciò si aggiunga che se un’impresa, per lavoro, deve scambiare un documento scritto con un programma che lavora con Linux con un’altra azienda che ha Word, molto probabilmente quest’ultima non sarà in grado di leggerlo. In sostanza, i programmi open source rappresentano una grande opportunità, ma ancora sono un po’ di “nicchia”, tant’è che sono in corso studi per valutare il loro impatto e trovare soluzioni pratiche che li rendano ampiamente utilizzabili.

Il mio lavoro consiste nel realizzare software che mi vengono ordinati dai clienti: loro mi forniscono le specifiche di cosa vogliono ed io lo programmo. Vorrei sapere se i clienti possono essere definiti coautori e vantare dei diritti. In caso positivo come posso fare per evitarlo?

In casi del genere, il titolare dei diritti economici di sfruttamento del programma realizzato è il cliente che ha commissionato l’opera e che ha pagato il programmatore per questo. Se il cliente si limita a descrivere che cosa vuole, ma non partecipa alla programmazione, non ritengo che si possa considerare un coautore, a meno che l’intervento non sia andato ben oltre una prima descrizione orale sul da farsi, per cui il programmatore continua ad essere l’unico autore e l’unico a godere dei “diritti morali” consistenti di fatto nella possibilità di essere riconosciuto autore del programma stesso. A meno che non ci siano pattuizioni contrarie, il programmatore avrà il diritto di detenere il codice sorgente ed utilizzare parte del lavoro per realizzare altri programmi per altri clienti, sebbene questa cosa non sia molto gradita al committente. Nel caso in cui si intenda realizzare un software per poterlo sfruttare commercialmente, la cosa migliore da fare è stipulare un contratto con il cliente, nel quale si chiarisce espressamente quello a cui costui avrà diritto e quello a cui non avrà diritto, prevedendo espressamente una liberatoria su qualsiasi utilizzo del software successivo. E’ chiaro che non sempre sarà possibile e talvolta il cliente pretenderà di avere il codice sorgente per poter utilizzare il software in modo esclusivo. In casi del genere l’unica arma a disposizione del programmatore è la contrattazione e comunque sarà il prezzo a fare la differenza.